Northside 2019 - Friday :

Uno dei motivi per cui sono tornato a Northside è stata la possibilità di rivedere dal vivo due b ... Uno dei motivi per cui sono tornato a Northside è stata la possibilità di rivedere dal vivo due band che mi avevano davv ... thumbnail 1 summary

Northside 2019 - Friday

Northside 2019 - Friday

Uno dei motivi per cui sono tornato a Northside è stata la possibilità di rivedere dal vivo due band che mi avevano davvero impressionato ovvero Lydmor e gli Idles. La danese era stata protagonista del #NS18 ed è tornata al Red Stage con la sua elettronica di grande efficacia ed uno spettacolo ancora più ambizioso e vario. Nel backstage, tra pose fotografiche bizzarre e interviste, si è dichiarata poliamorosa e felice. Di sicuro il suo spettacolo è cresciuto in quest’ultimo anno e vederla vestita di giallo invece che ricoperta di strisce rosso sangue non inficia più di tanto quello che è il risultato finale ovvero un ibrido vincente tra dance, industrial, pop e sperimentazione. Un ibrido capace di attrarre il pubblico adolescenziale ma anche i meno giovani, grazie alle innate qualità teatrali della ragazza. Gli inglesi, dopo la storica esibizione all’Iceland Airwaves, hanno dato alle stampe un secondo full lenght da paura e sono migliorati ulteriormente in termini tecnici e performativi. Sinceramente avevo paura che spaccassero tutto e, danni a parte, il loro set non ha certo deluso le attese. Mark Bowen in slip blu si è gettato più volte in mezzo alla folla, Lee Kiernan ha caratterizzato le sue incursioni con grida isteriche e gesti inconsulti mentre Joe Talbot ha mantenuto, grazie all’attitudine ed il carisma, gli occhi dei presenti fissi sulle sue labbra. A tratti il suo incedere sul palco è isterico, smodato e violento. A tratti sembra che la depressione, il disagio sociale o il dolore provocato da una perdita possano essere messi da parte solo accendendo le serate degli altri, assieme alla sua vera famiglia. ‘Mother’, ‘Love Song’ e ‘Rottweiler’ hanno rappresentato gli apici dell’esibizione prima della conclusione clamorosa di ‘Mercedes Marxist’. Un gruppo straordinario che ci riserverà altre sorprese. La giornata è stata aperta dai Liss che si sono divisi il consenso del pubblico, giunto fin dalla mattina per non perdere i propri idoli, con Michael Kiwanuka. Un soul piuttosto ordinario quello dei primi, che vale la pena ascoltare più per la voce di Søren Holm che per le rare escursioni elettroniche. Dopo tre singoli è venuto il momento di dare alle stampe un full lenght che possa imporli al di fuori delle strette cerchia della scena underground di Copenhagen. L’artista di origini ugandesi, nato nel quartiere Muswell Hill, a nord di Londra, ha portato al Northside uno spettacolo abbastanza simile a quello che lo ha visto supportare i Radiohead a Monza. Il caldo non ha aiutato la sua performance che in ogni caso non ha presentato palesi falle tecniche. Dopo un paio di pezzi però le reminiscenze funk e soul iniziano a ripetersi pedissequamente e la noia serpeggia. L’autrice di ‘I Told You I'd Tell Them Our Story’ ha sostanzialmente fatto da introduzione a Nas e non ci sarebbe potuta essere un’accoppiata più strana e migliore. Da una parte l’electropop più irriverente di Danimarca e dall’altra un colosso dell’hip hop che ha battuto i record di vendita con ‘Illmatic’ e ‘It Was Written’ e negli anni ha saputo mantenersi coerente al proprio messaggio. La performance di Jenny Rosander ha contrastato apertamente con quella dell’anno precedente, giallo vintage in stile American Apparel contro sangue e immaginario orientale, ma non in termini di qualità. Jenny Rossander è davvero qualcosa di incredibile. Alterna momenti di palese ingenuità, dolcezza e amor proprio con altri nei quali pare una tigre in gabbia, un’artista capace da un momento all’altro di aggredirti, tra beat selvaggi e coretti dance. ‘Killing Time’, ‘Shangai Roar’ e ‘I Love You’ sono stati i passaggi più applauditi ma l’intera performance, tra fotografi impazziti e adolescenti in calore, è stata un successo. Dopo Nas – da segnalare l’accoppiata ‘Got Ur Self A Gun/The World Is Yours’ e la reprise di ‘Live At The Barbeque’ dei Main Source prima del finale ad alta tensione di ‘Cops Shot The Kid’, ‘Made You Look’ e ‘One Mic’ - ho avuto modo di sostare tra le prime file del Blue Stage durante l’esibizione di L.O.C. Tale tizio è il rapper più famoso in patria. Una specie di 50 Cent, bianco, non certo giovanissimo, vestito a metà tra un sacerdote ed uno scalatore di montagne. E ovviamente flow in danese. Soprassederei sul giudizio per evitare cattiverie. Le due principali attrazioni del Sabato erano però New Order, appena usciti nei negozi con la ristampa di ‘Movement’ in edizione deluxe, ed i Major Lazer, che hanno annunciato l’ultimo album e l’ultimo tour prima dello scioglimento. Le movenze di Bernard Sumner sono state piuttosto limitate e ordinarie per tutto lo show, un po' meglio Phil Cunningham ma niente di che, però quando è partita ‘Ceremony’ dei Joy Division si è subito capito che buona parte dei presenti era venuta per vedere questi mostri sacri. Bella la citazione da ‘Low Life’ di ‘Sub-culture’, strepitose ‘Bizarre Love Triangle’ da ‘Brotherhood’ e ‘Vanishing Point’ da ‘Tecnique’, per intenderci due album usciti quasi in contemporanea con ‘Black Celebration’ e ‘Violator’ dei Depeche Mode. ‘Blue Monday’ e ‘Love Will Tear Us Apart’ sono stati gli apici di una scaletta che ha visto gli inglesi proporsi a livelli di potenza visiva e sonora che buona parte delle giovani band di oggi si sognano. Durante il loro singolo più celebre, la cui versione migliore rimane quella degli Orgy, mi sono improvvisato in un ballo sfrenato assieme a Mark Bowen e Adam Devonshire degli Idles. Nel giro di qualche minuto, nella parte della collinetta sul lato sinistro del palco sono arrivate persone che volevano stringere la mano ai due musicisti o semplicemente unirsi alla danza proponendo coreografie improbabili. Questo è lo spirito di un festival come Northside. Sui Major Lazer nell’ultimo anno si è detto un po' di tutto e le volontà di Diplo, pare che sia proprio lui a non volere più dividersi tra i due progetti, non hanno scoraggiato il popolo danese, ammassato davanti al Blue Stage. Non certo il mio show preferito ma ugualmente di eccellente livello, una produzione che costa e non fa nulla per nasconderlo e tre artisti che si divertono ancora assieme. Mark Ronson e Benal si sono distinti, rispettivamente al Green Stage ed al Red Stage, lasciando che la notte scendesse su Aahrus, tra musica a volumi elevati, alcol e party in ogni angolo del parco. Il primo si è dato alla dance più becera facendo colpo soprattutto sui ragazzini presenti mentre il secondo ha proposto un set decisamente noioso ed improntato sulla sua macabra e dittatoriale figura.