Neoclassical music :

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Neoclassical music

Neoclassical music

Qualcuno si chiederà cosa c'entra uno speciale sullo stile neoclassico tra le pagine di un sito dedito principalmente al metal ed alla musica alternativa in genere. In realtà c'entra eccome e questo perché negli ultimi tempi alcuni degli artisti di cui tratteremo hanno saputo ritagliarsi uno spazio traversale nella scena musicale moderna, invadere locali rock e musei e attrarre l'interesse di fasce di pubblico che fino a qualche anno fa non avevano nemmeno lontanamente immaginato di ascoltare una proposta di questo tipo. La crisi dell'industria e il coraggio di certe etichette, che non si sono peritate di inserire nel proprio catalogo progetti elettronici o addirittura techno insieme a pianisti di estrazione classica, hanno contribuito all'istituzione di un movimento a fronte del quale non è più possibile maturare la solita indifferenza di sempre. Il termine “neo-classical” suonerà strano, di fondo è una dicotomia, eppure adesso in molti fanno a gara per ricadere in tale categoria o entrare nelle grazie di Erased Tapes e Denovali giusto per fare qualche nome. E' venuto il momento di fare un po' di chiarezza soprattutto dopo una serie di uscite che hanno visto protagonisti artisti italiani di assoluto rilievo internazionale.

Ólafur Arnalds
In questo caso siamo al cospetto di un assoluto fenomeno. Il polistrumentista e produttore originario di Mosfellsbær, il paese dove si trovano i Sundlaugin Studios che hanno reso celebri i Sigur Rós, ha mosso i primi passi in carriera come batterista di band hardcore e metal per poi mostrarsi al mondo come uno dei pianisti più talentuosi del pianeta. Dopo avere realizzato dei passaggi strumentali per gli Heaven Shall Burn ha pubblicato il suo debutto solista, 'Eulogy For Evolution', all'età di ventuno anni facendolo subito seguire dall'ep 'Varation Of Static' e supportandolo con un tour insieme agli autori di 'Með suð í eyrum við spilum endalaust' e 'Valtari'. A quel punto la sua carriera è stata costantemente in ascesa e caratterizzata da numerose collaborazioni. 'Found Soungs' e 'Living Room Songs' hanno consolidato la sua fama tra addetti ai lavori e pubblico mentre '..And They Have Escaped The Weight Of Darkness' e 'For Now I Am Winter' lo hanno visto cogliere un successo unanime nel globo nonostante un approccio sempre più sperimentale. Nel frattempo sono arrivati i Kiasmos, clamorosa entità techno che lo vede protagonista insieme a Janus Rasmussen dei Bloodgroup, i dischi in comunione di intenti con Rival Consoles e Nils Frahm, lo studio su Chopin assieme a Alice Sara Ott e le colonne sonore di Broadchurch e Gimme Shelter. Se lo incontrate a passeggio per Reykjavík vi sembrerà un ragazzo assolutamente normale. Una personalità in apparenza dimessa come quasi tutti i geni.

Nils Frahm
Per certi versi la guida di un movimento che sta sorprendendo anche i più scettici. Il compositore tedesco ha saputo combinare l'amore per la musica classica con l'utilizzo di synth e la conoscenza approfondita della scena elettronica berlinese. Producendo altri artisti non si è adattato ad un particolare tipo di suono, anzi è progredito ottenendo pregevoli risultati collaborando tra gli altri con F. S. Blumm, Anne Müller, Chris Clark e Ólafur Arnalds. 'Collaborative Works' e 'Trance Frendz' pubblicati insieme al musicista islandese sono qualcosa di incredibile così come 'Spaces' che di fatto ha evoluto la sua proposta partendo dalle robuste basi di 'Wintermusik' e 'The Bells', che lo ha imposto a livello internazionale. Dal padre fotografo ha preso la capacità di realizzare istantanee sonore che fondono la lezione impartita da Tchaikovsky col jazz e le sperimentazioni di Steve Reich e Arvo Pärt. Percepire sulla propria pelle l'evoluzione delle tracce di 'Screws' è un modo per rendersi conto del suo talento e il recente 'Solo' è stato registrato su un nuovo piano, “Una Corda”, appositamente disegnato per lui da David Klavins. I suoi spunti in termini di produzione e masterizzazione hanno tracciato una linea di demarcazione tra la musica popolare e l'avanguardia elettronica, sulla quale qualunque musicista degno di questo nome deve necessariamente passare e riflettere.

Max Richter
Un compositore e pianista che può vantare una discografia da brividi e che ricordiamo per la varietà delle proprie collaborazioni. Al fianco di Roni Size e Future Sound Of London si è costruito un nome nel panorama elettronico, con Piano Circus ha portato in tour pezzi di Arvo Pärt, Brian Eno, Philip Glass e Steve Reich per poi convogliare tutte le sue influenze, e gli studi effettuati presso la Royal Academy Of Music e la scuola di Luciano Berio, nelle sue opere soliste. Lavori quali 'Memoryhouse', registrato insieme alla BBC Philharmonic Orchestra, hanno anticipato la ricomposizione delle Quattro Stagioni di Vivaldi ed il successo come autore di colonne sonore per la televisione. L'avrete infatti ascoltato in 'The Leftovers' ma meritevole di segnalazione è anche 'Infra', sonorizzazione per il Balletto Reale al fianco di Wayne McGregor e Julian Opie. Al pari del bellissimo '24 Postcards In Full Colour', 'Sleep' è sicuramente un passaggio chiave della sua carriera perché, forse per la prima volta, l'inglese si è messo nudo e ha tentato di confrontarsi con il resto della musica contemporanea proponendo alternative e ponendosi domande. Le risposte le troverete chiudendo gli occhi e rimanendo travolti da una musica che crea dipendenza.

Federico Albanese
Già in fase di recensione avete percepito l'entusiasmo per una release, 'The Blue Hour', che ha definitivamente consacrato il pianista italiano, d'adozione berlinese, nel panorama internazionale. Adesso per Federico Albanese porsi qualunque limite sarebbe assurdo ed il passaggio dalla Denovali alla Neue Meister/Berlin Classics va letto nell'ottica di una sensibilità classica che ha ricevuto apprezzamenti univoci. Non solo tecnica quindi ma anche uno sguardo attento a quello che la società, fredda e capitalista, rappresenta a livello di ispirazione per un artista. Un poeta che ha scelto i tasti bianchi e neri invece delle corde di una chitarra o delle bacchette di una batteria per esprimersi e che, rispetto a 'The Houseboat And The Moon', ha puntato su suoni più curati e coraggiosi, organici, splendenti e mai arfiticiosi. Uno dei suoi pezzi si intitola 'And We Follow The Night' e ascoltando l'opera di Federico Albanese vi sembrerà davvero di trascorrere ore ed ore al buio in attesa di un gesto romantico o di un segnale che trasmetta forza a ciò che dentro di voi appare tanto fragile. Il suo talento è così lampante che non sarebbe affatto da stupirsi se di colpo desiderasse mettersi alla prova in territori sonori totalmente o in parte differenti.

Dardust
Tuttora ritengo 'Birth' una delle uscite dell'anno ma limitare la descrizione dell'opera di Dario Faini ad un solo disco, seppur bellissimo, sarebbe sicuramente riduttivo. Pianista, compositore, talento fuori dal comune, seguace della scena neoclassica eppure dipendente dall'elettronica moderna e da quel mirabile contrasto che produce allorché si intreccia con note che potrebbero essere state composte secoli fa. In realtà Dardust è una visione che va addirittura oltre la mera masterizzazione di una manciata di canzoni su supporto digitale. La dimostrazione risiede nella scelta di registrare tre capitoli discografici in tre luoghi differenti ed estremamente significativi per la musica moderna. I primi due sono stati Berlino e Reykjavík - per la precisione Mosfellsbær e il Sundlaugin Studio, in passato sede operativa tra gli altri di Sigur Rós, Damien Rice, Jon Hopkins e Sóley – e la musica di Dardust ne ha descritto atmosfere e memorie come le migliori pellicole cinematografiche non avrebbero potuto fare. Fatevi trascinare da 'The Wolf' in una straordinaria avventura sonora che vi porterà laddove non avreste mai nemmeno sognato di potere giungere. Fisicamente o meno poco importa di fronte a tanta grazia.

Ben Lukas Boysen
Ultimo arrivato in casa Erased Tapes, il pianista berlinese cerca di offrire un'interpretazione originale alla musica d'ambiente partendo dal sound design quale punto di riferimento e mostrando un tocco romantico e decadente che impreziosisce le sue composizioni. In 'Spells' ci imbattiamo in passaggi di notevole impatto emotivo come 'Golden Times 1' e 'Keep Watch' e subito si percepisce il desiderio di differenziarsi tra gli altri personaggi di rilievo del movimento. L'esperienza accumulata ai tempi di HECQ gli ha permesso di maturare un giudizio del tutto singolare su come la scena elettronica si è evoluta nel terzo millennio e ciò permette di elevare la matrice compositiva dalla massa al pari del contributo di Achim Färber, Lara Somogyi e Anton Peisakhov. Se continuerà a crescere, come accaduto tra 'Gravity' e 'Spells', ci sarà da divertirsi. Nel frattempo una versione alternativa di 'Sleepers Beat Theme' è stata inserita da Jon Hopkins nella raccolta 'Late Night Tales' a conferma che la sua opera sta mietendo vittime tra pubblico e addetti ai lavori.

Douglas Dare
Nello specifico ci troviamo in un territorio di confine perché questo ragazzo originario del Dorset e diplomato al Liverpool Institute For Performing Arts ondeggia più verso il pop d'avanguardia piuttosto che nella settorialità neoclassica. Buona parte della sua ispirazione nasce però dall'ascolto dei risultati raggiunti da Ólafur Arnalds e Nils Frahm oltre che da una conoscenza approfondita di quanto accaduto in ambito pop negli ultimi decenni. 'Whelm' aveva già stupito con le sue fughe pianistiche ed arrangiamenti ispirati agli eccentrici soundscapes di These New Puritans e The Irrepressibles. Adesso però 'Aforger' ha saputo elevare Douglas Dare su un gradino superiore a buona parte della concorrenza e quando le classifiche si accorgeranno di lui sarà complicato fermarne l'ascesa. Di sicuro se fosse nato negli anni settanta si parlerebbe di artista versatile e creativo, scevro da compromessi e capace di giocare con la melodia ed il successo. Allo stesso modo, volendolo collocare nelle vicinanze dell'ambiente neoclassico, andrebbe preso come esempio da tutti i musicisti emergenti che non desiderano farsi assegnare nessuna etichetta.

Giovanni Guidi
Immancabile una riflessione su colui che per chi scrive è di gran lunga il pianista italiano di maggiore estro. Inserirlo in una categorizzazione neoclassica probabilmente lo farà sobbalzare visto che il suo background è più che altro di natura jazz ed improvvisativa. Negli anni però il musicista umbro si è distinto per delle collaborazioni talmente elevate e sperimentali che, almeno in termini concettuali, paragonarne la visione con quella dei suddetti artisti non è proprio un'eresia. Dopo essere cresciuto alle spalle di Enrico Rava ha pubblicato lo splendido 'Tomorrow Never Knows', inaugurando una discografia caratterizzata da esemplari di diversa estrazione come 'We Don't Live Here Anymore', 'City Of Broken Dreams' e 'This Is The Day'. È stato definito “virtuoso nel senso più ampio e alto del termine, dotato di impressionanti musicalità e versatilità, capace di volare sulle ali di una maturazione vertiginosa quanto prodiga di idee e personalità”. Da brividi i concerti con Vladislav Delay ed il trio formato assieme a Thomas Morgan e Joao Lobo ma di recente ha saputo stupire anche con il dilaniante 'Ida Lupino', registrato con Gianluca Petrella, Louis Sclavis e Gerald Cleaver.

(parole di Lorenzo Becciani)