POSTCORE - OLTRE IL SUONO :

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POSTCORE - OLTRE IL SUONO

POSTCORE - OLTRE IL SUONO

Tutti noi ci siamo chiesti almeno una volta come nasce un suono. In che modo un genere si sviluppa. Nel caso del postcore sarebbe semplice fare immediato riferimento alla commistione tra hardcore e qualcosa che va oltre, che guarda al futuro e cerca nell"esperimento lo stimolo per mantenere inattaccabile lo stimolo creativo. Oltre il suono appunto. I profili delle band che seguono non nascondono motivi enciclopedici e nemmeno desiderano dare una leggera infarinatura. Come sempre l"intento è quello di sottolineare le coordinate che hanno delineato l"inizio della trasmissione di un segnale che dopo qualche anno è arrivato forte e chiaro alle nostre teste. Sperimentare il dolore è qualcosa a cui non tutti siamo abituati. Un"esperienza che può trasformarsi in inferno ma anche regalare soddisfazioni uniche e lasciarci scoprire forme d"arte inusuali. Il postcore come atto di ribellione. Il postcore come momento di arrivo o di ulteriore partenza. E" tutto qui..

ICEBURN

Se dovete associare al termine post hardcore un solo gruppo allora non potete che pronunciare la parola Iceburn, perché la formazione di Salt Lake City (capitanata dal chitarrista Gentry Densley, unico membro costante nella line up) seppe, nel corso di un decennio scarso di carriera portare oltre, avvalorando quindi il significato del termine post, in primo luogo l’hardcore e poi incamminandosi lungo un sentiero di genialità mista a ricerca sconfinante nella complessità. Se con il lavoro di esordio, ‘Firon’, mescolavano - in ottica crossover - l’hardcore con metal, punk, e hard rock, con il successivo ‘Hephaestus’ (con il quale iniziarono il sodalizio con la Revelation) esplosero in un caleidoscopio di intelligenza musicale unica, tale da rendere l’opera un caposaldo della discografia tutta. Quattro lunghe suite suddivise in ventotto tracce dove la materia hardcore sposa, per la prima volta in maniera così strutturata e minuziosa, l’avanguardia con una prospettiva che è propria del progressive più coraggioso e del jazz più infuocato. Qui nulla è prevedibile, non esistono ripetizioni o riferimenti ad altri, qui tutto nasce per essere unico, anche perché la difficoltà della forma espressiva concepita dal trio non si presta certamente a ripetizioni o clonazioni. A seguire arriva ‘Poetry Of Fire’ dove addizionano un secondo chitarrista e un sassofonista e spingono persino oltre il confine del sound, andando a lambire scenari di fusion estrema, poiché vengono introdotti elementi di psichedelia, sperimentazione colta, musica classica, suoni etnici, rock in opposition, drone, ma anche ulteriori deviazioni metal e oscurità strumentali; un altro capolavoro. Da qui in poi inizia una storia diversa e non a caso il nome muterà in The Iceburn Collective, pubblicando cinque album di pura avventura sonora (con ‘Meditavolutions’, che lascia persino ammutoliti per intuizioni superiori), ma spingendosi sempre più lontani dall’hardcore. Non è un caso che abbiamo di recente ritrovato Gentry Densley negli Ascend, in compagnia di Greg Anderson, uno che, tra le innumerevoli band in cui ha militato, fu parte dei grandissimi Engine Kid.

QUICKSAND

Una vita breve, per durata cronologica e pubblicazioni, ma assolutamente primaria, quella dei Quicksand. Nati nel 1990 a New York allorquando il chitarrista e cantante Walter Schreifels proveniente dai Gorilla Biscuits e con una militanza negli Youth Of Today (già partiamo con un paio di nomi non proprio da trascurare…) decide di dare vita a una nuova formazione e non fa altro che mettere insieme una line up strepitosa, poiché al suo fianco troviamo il chitarrista Tom Capone (Beyond e Bold, poi negli Handsome), il batterista Alan Cage (Burn e Beyond) e il bassista Sergio Vega (Collapse e Absolution). Il mini di esordio vede la luce per la Revelation, che capisce di avere tra le mani qualcosa di musicalmente in grado di oltrepassare il già noto in campo hardcore (non per nulla vengono annoverati tra i capostipite della scena post-core), non solo in termini sonori, ma anche di vendite. E quindi non ci si deve stupire se tutte le successive pubblicazioni usciranno per Polydor/Island, d’altronde nella prima metà degli anni novanta anche le major avevano ancora una certa dignità. La band si trovò tra le mani la possibilità di usufruire di un’esposizione non indifferente, ma non venne mai intaccata dall’idea di rinnegare se stessa e ‘Slip’ ne fu prova lampante. Il punto di partenza è quello dei Fugazi per ciò che concerne il lato hardcore della faccenda, ma il traguardo a cui arrivano è più ambizioso, perché fondono tale sound con una componente metallica e hard rock quadrata senza mai diventare ossessivi, ma sapendo costruire un costante groove feroce supportato da una melodia presente, seppur non invadente, e che poggiava su solidissime basi strumentali in tempi costantemente medio e con dosi abbondanti di “bone crushing riffs”. Con ‘Manic Compression’  scrivono la pagina definitiva, poiché il lavoro riesce a coniugare l"hardcore con quanto di meglio quel periodo d’oro aveva saputo produrre in campo metal, grunge, crossover e noise rock. In pratica la sintesi perfetta di qualcosa che era già perfetto e che grazie alla loro forma lessicale complessa, dinamica e abrasiva diventa strepitoso. Riascoltateli adesso e capirete come molti gruppi a seguire abbiano preso palesemente spunto da queste due pietre miliari composte dai Quicksand.

BREACH

‘Venom’  è forse il disco  più importante dell’ intera scena hardcore fine anni novanta, quando ancora il postcore non era di moda e gli Isis non erano  sulla bocca di tutti. I Breach erano la band più importante di quel periodo. Partiti da reminescenze death metal. Difficile incastro sonico con il punk.  Esordi acerbi. Incerti. Poco chiari con un primo album ‘Friction’ uscito nel 1995, che pagava dazio per una produzione forse troppo  death oriented. Si intravedevano però ombre. Ombre di contaminazioni. Sperimentazione hardcore con ciò che in quell’ epoca solo i Refused sapevano fare. Osare. Andare oltre il genere. Con ‘Its Me God’ queste ombre si trasformano. Diventano presenze, forse ancora un po’ deboli. Ma pur sempre tangibili. Cambia la produzione, questa volta più secca. Queste presenze si materializzano in schegge impazzite di hardcore evoluto. Oscuro, imbastardito da una componente molto grezza di rock ‘n’ roll. I Breach hanno saputo staccarsi da un filone. I Breach sono cresciuti. Diventati adulti. Responsabili. Consci che di lì a poco daranno alla luce il capolavoro assoluto.  Nel 1999 esce ‘Venom’ e ci troviamo di fronte a persone che maneggiamo la materia musica con gusto, genialità ed una sorta di spiccata ironia. Forse un po’ fredda. Sicuramente fastidiosa per chi non la capisce.  ‘Venom’ fa paura talmente è bello. ‘Venom’ ti stacca la pelle quando lo ascolti. Anche  dopo la milionesima volta. ‘Venom’ è danzare con il diavolo. Una danza tribale scaldati dal sole di mezzanotte. ‘Venom’ è oscuro. Hardcore della morte. ‘Venom’ è autoironia. ‘Venom’ ti prende in giro. I Breach con ‘Venom’ sono consci di essere al di sopra. Di tutto. Ma sono consci anche di essere di passaggio.  Non per altro, qualche anno dopo esce ‘Kollapse’, loro quarto album. Anche in questo lavoro, traspare la genialità dei cinque che si allarga su di un impianto ritmico più meditato, lasciando spazio a divagazioni anche jazzistiche ed equilibri noise. Un disco che non bissa la creativa innocenza artistica del loro masterpiece ma che lascia sperare. Sperare che i Breach possano continuare a martoriare i loro strumenti nella ricerca perfetta di un connubio tra hard core, noise e rock che ha dato, in ogni caso , i natali ad un genere, ora sulla bocca di tutti e quindi spoglio di interesse e già vecchio. Il postcore è tutto qui.

BOTCH

Con il termine Botch si intende rappezzare, ingarbugliare, rabberciare, pasticciare.  Solo adesso per pigrizia, dopo anni ed anni di domande e dubbi ho scoperto finalmente cosa significa.  Solo adesso è arrivato il momento di scoprirlo. Forse perché è il momento giusto o semplicemente perchè doveva succedere ora. Non lo so. Fatto sta che la musica dei Botch non è assolutamente pigra. La musica dei Botch non è semplice. La musica dei Botch è in continuo movimento. Anche quando l’hai ascoltata mille volte. Si muove sempre. Un magma sonoro in continuo divenire. Stratificato, evolvente ed evoluto.  La musica dei Botch è ingarbugliata. La musica dei Botch è pasticciata. Ma finemente. Con intelligenza ed istintiva genialità. La musica dei Botch è hardcore. Di quello che ti picchia e ti stimola. Il cervello. Cibo per le sinapsi. La musica dei Botch non ti annoia. La musica dei Botch è scoperta, ricerca, evoluzione. Concettuale. Sonica. Sempre. La musica dei Botch è imbarazzo. Di fronte a tanto acume musicale ci si trova in imbarazzo. Una band che con un manciata di album ha influenzato totalmente il post hardcore e le gesta di  gente che in seguito raggiungerà vette elevate di successo, basti pensare ai Dillinger Escape Plan. Tutto inizia ufficialmente con ‘American Nervoso’. E’ stato nervoso. Musica tagliente, angolare, storta, da non stare in piedi. Un terremoto che ha distrutto tutto ciò che di prestabilito esisteva nella scena hardcore di fine millennio.  Ma la bomba doveva ancora arrivare. Esplodere. ‘We are the romans’ esce nel 1999 ed è poesia. Poesia sbilenca. Poetica musicale, sacrificio attitudinale prettamente hardcore, epiche cavalcate heavy, strutture nevrotiche. Un gusto tutto particolare di intendere l‘hardcore. Era qualcosa di diverso. Misterioso. Era droga per il fan esperto. Era overdose per il neofita. Era bellissimo. Un suono straniante. Le chitarre urlavano. La batteria si staccava. Sembrava suonare in un altro luogo. La voce era sgraziata, particolare, delirante, sguaiata. Come prassi per le grandi stelle tutto doveva finire in un batter d’occhio . E così è stato. I Botch si sciolsero all’apice del loro successo artistico.


COALESCE

Delle bands che fanno parte di questo speciale forse i Coalesce sono i più inquadrati nel genere. Nati nel 1994 hanno avuto un impatto sulla scena hardcore devastante ma sicuramente hanno scritto la loro identità sonica sulla tradizione hardcore old school dell’epoca. Da subito la loro musica, pur essendo un connubio di sferragliate hardcore style, soprattutto nelle parti ritmiche, e ridondanti riff heavy thrash, lascia il segno. Concettualmente estrema. Spigolosa e acida. Una musica che trova soluzioni inusuali. Pur vicine ai clichè hardcore ma comunque oltre.  Si sente, negli stacchi, nel modo di creare che la volontà, magari inconscia è elevarsi e creare un sub strato musicale e lirico che abbia un certo peso. Questo lo si ascolta in ‘Give Them Rope’ loro primo album. Acerbo, immaturo, forse tradizionalista ma già con una personalità fuori dal comune. E’ un disco che ti entra dentro. Violenza attitudinale, che fa male davvero. Personalità da vendere. Come nel secondo album ‘Functioning on Impatience’ uscito nel 1998 e registrato in meno di tre giorni. Meno eleganti dei Botch, meno oscuri dei Breach ma incredibilmente passionali e sanguigni. Un altro modo di intendere l’hardcore ma pur sempre una spanna sopra a moltissimi acts dell’ epoca.  La passione e l’attitudine si sposano con la ricerca. A volte i risultati sono stupefacenti e altre generano dei mostri di bellezza di cui è facile innamorarsi. E’ quello che è successo ai più quando è uscito ‘012:Revolution in Just Listening’. L’album definitivo e quello della consacrazione artistica.  Musica che unisce passione proletaria con intellettualismo hardcore. Chitarre con un gusto per lo sludge . Un impatto devastante di stacchi dispari. Storti. Personalità da vendere. Nelle liriche mai banali o scontate.

BURNT BY THE SUN

Nati per volere di Mike Olender (Endeavor, Nora) e John Adubato (Nurse Ratchet) i Burnt By The Sun hanno rappresentato un vero e proprio collegamento trasversale tra il grind e il metalcore che conosciamo oggi regalando coraggio a gruppi come The Dillinger Escape Plan e Intronaut che avrebbero poi scommesso sulle loro idee ma soprattutto anticipando soluzioni tecnico-compositive che adesso la fanno da padrone nelle registrazioni estreme. Il vuoto morale e l"assenza di scambio culturale a New Brunswick nel New Jersey sospinse  la pubblicazione di diversi split e di due full lenght tra cui è impossibile non ricordare "Soundtrack To The Personal Revolution" laddove intelligenza, matematica e aggressività allo stato puro venivano convogliati in dddddddddddddd tracce che lasciavano senza fiato. Il successivo "The Perfect Is The Enemy Of The Good" manifestò in forma cruda ma estremamente razionale i livelli di sperimentazione raggiunti e il tentativo di dare un inatteso spessore a quello che inizialmente doveva solo essere un progetto parallelo. Attualmente la band è in studio per ultimare un terzo album che segnerà la fine di un sensazionale esempio di ribellione sonora.

CONVERGE

Difficile immaginare un gruppo che abbia mantenuto così alto il livello di influenza e pregnanza nel movimento hardcore moderno. I Converge nascono nel Massachussetts all"inizio della scorsa decade e fin da subito mostrano un"insana ma allo stesso tempo maledettamente attuale e veritiera capacità di lettura della scena musicale che basa la propria ribellione sulla deviazioni del punk di provenienza inglese e sulla lezione di Black Flag e Minor Threat. Con il passare degli anni i contorni metal delle loro vicende assumono connotati più spessi trasformando la band in qualcosa di gigantesco e monolitico. Ogni loro disco ha un senso. Un motivo per cui esserne fatalmente attratti. Che sia l"incapacità di comunicare con il linguaggio a cui siamo abituati ("Petitioning The Empty Sky") o il fascino della distruzione ("When Forever Comes Crashing") poco importa. Corre l"anno 2001 quando i Converge raggiungono lo status di band culto pubblicando "Jane Doe" definito nei magazine di allora come l"album più violento di sempre dopo "Reign In Blood" degli Slayer. Un disco che traccia una linea di demarcazione definitiva tra il vecchio hardcore e quello in commistione col metal e l"attitudine sperimentale del movimento postcore che da quel momento inizierà a prendere coraggio. Seguono due dischi come "You Fail Me" e "No Heroes" che avvalendosi di produzioni stratosferiche mantengono inalterata la drammatica importanza dei Converge nel panorama recente. Lo stile unico di Jacob Bannon, l"esasperata tecnica di Kurt Ballou, l"impatto rumoristicodi Nate Newton e infine il collasso percussivo verso il quale veniamo trascinati ogni volta da Ben Koller rappresentano presi nel loro insieme un esempio inimitabile di dedizione alla musica come arte e stile di vita. Si parla di musica estrema, di rovine sonore e omicidi seriali.