Jay Perkins : Italia

Prima di tutto vorrei sapere la strumentazione che avete utilizzato per registrare il disco e qua ... Prima di tutto vorrei sapere la strumentazione che avete utilizzato per registrare il disco e quanto differisce da quell ... thumbnail 1 summary

Jay PerkinsItalia

Jay Perkins - Italia

Pubblicato il 23/03/2020 da lorenzobecciani

Prima di tutto vorrei sapere la strumentazione che avete utilizzato per registrare il disco e quanto differisce da quella con cui componete o vi esibite dal vivo.
Io ho utilizzato prevalentemente sistemi di synth modulari assemblati nel tempo sulla base delle mie esigenze espressive; si tratta di strumenti “immersivi” che permettono di spaziare liberamente tra parti percussive e articolazioni armoniche più o meno complesse sull’onda del momento. Ne nasce un approccio alla musica di tipo terapeutico, che ha dato i suoi frutti nella simbiosi spontanea con Paolo. Per i live ho scelto di portare esattamente la stessa configurazione dello studio, per mantenere vivo questo moto ondivago e trasmetterlo al pubblico anche grazie al feedback visivo che è molto più viscerale rispetto a quello dell’impiego del laptop.

Come siete arrivati alla pubblicazione di ‘Release’? Possiamo considerarlo la naturale conseguenza di ‘Decay’?
‘Relase’ e ‘Decay’ sono figli dello stesso periodo. Ci siamo rinchiusi in studio per mesi con tutta a nostra attrezzatura e abbiamo registrato tonnellate di materiale. Il passo successivo è stato quello di selezionare gli episodi più interessanti per poi ripulire le sbavature mantenendo inalterate le idee e le architetture nate dall’improvvisazione. A lavoro ultimato ci siamo trovati davanti tantissimi brani dei quali eravamo soddisfatti; abbiamo così deciso di raggrupparli in due uscite “gemelle” distanziate nel tempo. Per i nomi abbiamo scelto di utilizzare due termini tecnici strettamente correlati al mondo della sintesi ma che al contempo fossero aperti alla più ampia interpretabilità, così da restare in piena linea con il senso musicale del nostro progetto.

Cosa desideravate ottenere in termini di suoni? Vi siete ispirati a qualche album particolare per la produzione ed il missaggio?
Per la prima volta nel mio percorso artistico avevo la necessità di sganciarmi completamente da ogni stilema di genere o struttura musicale di sorta. Sono partito a mente sgombera, come nella meditazione. L’unica cosa che mi ero imposto era quella di non voler seguire alcun sentiero preciso. Anche in fase di mixaggio, opera di Ivan Antonio Rossi, non abbiamo portato nessun tipo di ispirazione esterna, solo il rispetto delle idee già presenti.

Come è nata la collaborazione con Radik Tyulyush?
In una particolare puntata del recente serial “Fargo” c’è una scena ricca di pathos, amplificata dal brano in sottofondo che è appunto cantato e suonato da Radik. L’effetto è straniante e nell’ascoltarlo mi si è subito accesa una lampadina. Ho sempre avuto una fissazione per quel tipo di approccio vocale, i famosi canti difonici che si trovano nel folklore ancestrale di culture completamente diverse (come Sardegna e Mongolia per esempio). Ho quindi parlato con Paolo, che si è attivato subito riuscendo a contattarlo via mail. Ci ha risposto subito ed è stato estremamente professionale portando le sue idee nella nostra musica così diversa. La fusione è stata magica.

Le canzoni non hanno titoli ma sigle piuttosto indecifrabili. Per cosa stanno? Dobbiamo considerare il disco come un movimento unico?
In fase compositiva, sull’onda della sperimentazione, l’idea di trovare forzatamente un significato ai singoli episodi musicali prodotti ci stava stretta. Per cui abbiamo cominciato a decodificarli con le nostre iniziali (Jo, Paolo) e un numero sequenziale. Se alla nascita del brano aveva contributo un ospite, si aggiungeva la sua iniziale o quella del suo strumento se la lettera era già in uso. Alla lunga abbiamo finito per affezionarci a questa nomenclatura e abbiamo deciso di renderla ufficiale. Stessa logica per il nome “Jay Perkins” tra l’altro. Sì, tutti i nostri dischi hanno la caratteristica di essere dei viaggi da vivere dall’ inizio alla fine.

Di tutte le canzoni qual è quella che al momento vi identifica maggiormente?
Bella domanda…ognuna ha una componente peculiare che le altre non hanno, quindi faccio un po’ fatica. Ti posso dire che quella dall’ascolto più “facile” è secondo me ‘JP4’.

‘Release’ è ricco di contaminazioni sonore ma il vostro sound sembra decisamente influenzato dall’elettronica e dalla neoclassica del Nord Europa. In tal senso quali sono gli artisti che amate di più?
Personalmente per questo progetto mi sento più vicino ad artisti americani…la triade Reich, Riley, Glass e i pionieri della sintesi come Suzanne Ciani, Morton Subotnick, Wendy Carlos sono sicuramente nel mio dna.

Quando vi siete conosciuti e avete creato Jay Perkins, quali erano i vostri obiettivi? Sono cambiati adesso che ‘Release’ è fuori?
Inizialmente gli obiettivi erano tagliare il cordone ombelicale dal proprio passato, ora che l’abbiamo fatto sono anche io curioso di scoprire quali saranno i prossimi!

Come componete? Insieme o separati? Quanto spesso litigate?
La stesura delle idee per quel che riguarda questi due dischi è avvenuta sempre insieme. Anche quando abbiamo lavorato alla scrematura dei brani e agli edits tutte le decisioni venivano fatte in comune. Litigare? Al limite ci si impunta su un’idea piuttosto che un’altra ma poi l’incontro si trova sempre, quindi litigi mai.

Il bellissimo video di ‘JP10’ con Natalia Vallebona mi dà lo spunto per chiedervi qual è la situazione live che preferite? Il classico club, un dancefloor alternativo o un’installazione sonora, magari con delle ballerine..
Per questo progetto sicuramente prediligo le situazioni non convenzionali, nelle quali ci è capitato spesso di esibirci. Sono quelle che ti permettono di osare di più dal punto di vista performativo. Il lato negativo è che non sempre trovi un pubblico ricettivo perché l’interesse a volte si disperde anche su quello che ti circonda (danzatori, locations evocative, video art, mangiatori di fiamme…)

Immagino che vi stiate rapportando anche al mercato estero, visto che in Italia spazio per certe sonorità non ce n’è tantissimo. Vi siete già esibiti fuori dai confini? State organizzando qualcosa per promuovere ‘Release’?
Siamo riusciti a fare un meraviglioso, ultimo live al Teatro Grande di Brescia prima che esplodesse il caso Covid-19 qui da noi. In questo preciso momento ti scriviamo segregati in casa mentre il mondo è impazzito per tutto quello che sta succedendo in questi giorni. Nessuno ha ben chiaro quanto tempo servirà per tornare ad una situazione “normale”. Quando questa emergenza finirà, saremo tutti più solidali e torneremo a suonare dal vivo.

(parole di Giovanni Battagliola)

Jay Perkins
From: Italia

Discografia

Decay - 2019
Release - 2020