-Core
Costanza Francavilla
Italia
Pubblicato il 08/01/2020 da Lorenzo Becciani

Perché ti sei trasferita a Ibiza?
Non vivo in Italia da quasi venticinque anni, cioè da quando ero all’università. Il mio compagno è svizzero e ho una figlia. Ormai mi sento una cittadina del mondo e, sebbene sia nata e cresciuta a Roma, la mia vita professionale mi ha portato presto lontano dall’Italia. A Ibiza sono capitata per caso. Ho vissuto per tanti anni negli Stati Uniti, soprattutto a Brooklyn, e stavo producendo un gruppo afro-punk della scena dei TV On The Radio. Ho seguito il gruppo in tour e, in Francia, abbiamo fatto una data di supporto agli Skunk Anansie. Così Skin mi ha chiesto di produrre il suo album solista e mi ha invitato a Ibiza, dove possiede una casa, per parlare del progetto. Poi il progetto non è andato a buon fine ma mi sono innamorata dell’isola. É un posto remoto e bucolico, dove puoi vivere a contatto con la natura e lontana dalla civilizzazione. Non è il paradiso dei locali che si può pensare perché quel fenomeno è circoscritto all’Estate ed a una piccola parte dell’isola. Ho creato uno studio dove vengono a registrare tanti artisti che desiderano staccare dalla città e ritagliarsi un momento di pace, per trovare l’ispirazione. É un posto ideale dove lavorare e spesso quando vengono in studio, rimangono anche a dormire. Si è creata una vera e propria artist residency.

La passione per i synth analogici modulari com’è nata invece?
Anche l’amore per l’elettronica è nato molto presto. Prima ho avuto un’impostazione classica, poi ho amato il punk rock e ho conosciuto l’elettronica a Londra, nella seconda metà degli anni ‘90. Ho cominciato con un Roland 626 e una tastiera Casio e mi sono innamorata dei synth analogici per il loro suono unico. All’università ho studiato fisica acustica e quindi frequenze ed oscillatori. Il passaggio ai modulari è avvenuto negli ultimi dieci anni ma è stato un processo naturale. Quando ho avuto la bambina mi sono presa una pausa di circa tre anni durante la quale mi sono occupata quasi esclusivamente di publishing e licensing perché potevo stare poco in studio. Quando ho ripreso è nato questo viaggio nei modulari legato ad un uso istintivo delle macchine e ad un approccio intuitivo e creativo che mi piace molto. Amo il fatto che non si possa riprodurre lo stesso suono più di una volta, per quanto con foto, diagrammi ed appunti vari si possano ricreare certe automazioni. Non sono mai stata una fan dei midi che uso solo per arrangiare gli archi, come accaduto producendo il disco di Niccolò Fabi.

Di recente ho partecipato ad un evento sui synth modulari organizzato da Josh Wilkinson (JFDR) durante il quale sono state presentate diverse innovazioni tecnologiche come il control ring. Credi, in tal senso, che la tecnologia abbia reso più facile l’approccio ai synth modulari?
Penso di sì. Esiste una piattaforma come ModularGrid dove puoi costruire i tuoi sistemi virtuali e anche Ableton 10 ha semplificato molto le cose. Non è più il mondo degli anni ‘70; si tratta di un ritorno ma con un approccio più facile. Si è venuta a creare una vera e propria comunità. Quando ho suonato a Roma Modulare ho scoperto un mercato dell’usato e mi sono sentita parte di un movimento che, pur essendo underground, è basato sull’affinità tra i musicisti e lo scambio di informazioni.

Solitamente un artista promuove un disco alla volta. Te addirittura ne promuovi quattro insieme. Cosa distingue queste quattro uscite?
In questi anni mi sono concentrata soprattutto su produzioni di colonne sonore e mi sono resa conto di avere molto poco su piattaforme come Spotify, iTunes e Amazon. Quando scrivi musica per film, solo qualche brano viene piazzato e sincronizzato con le scene. Molto materiale rimane sepolto negli hard disk. Ad un certo punto, era complicato fare sentire le mie cose a chi si interessava della mia musica, proprio perché per un certo periodo ho dato più peso alla carriera come compositrice. Quando ho sentito l’esigenza di pubblicare i lavori degli ultimi due anni, ho pensato che fosse giusto creare una nuova etichetta. La Silent Frequencies si dedicherà più che altro alla musica ambient ed allo studio delle frequenze che sto portando avanti in questo momento. La ZerOKilled Music rimarrà invece legata alle produzioni per film. Ognuno dei quattro lavori è legato comunque a colonne sonore. ‘Children Of The Universe’ è la soundtrack di un documentario in cui un gruppo di bambini viene guidato da un’astrofisica della NASA alla scoperta dell'Universo. ‘Free Men’ è la soundtrack della storia di Kenneth Reams, detenuto ingiustamente al braccio della morte in Arkansas da oltre venticinque anni mentre ‘Friedkin Uncut’ è un estratto della colonna sonora per il documentario su William Friedkin ovvero il regista di ‘L’Esorcista’. ‘Encoded Dreamers’ è nato in maniera differente ma anch’esso è ispirato alle immagini di una serie. Il regista di ‘Black Mirror’ stava montando la sua serie da me e mi ha chiesto se volessi comporre dei brani da inviare alla produzione. Ho fatto tutto in una notte e di conseguenza è un progetto nato da un impulso artistico molto forte.

Ti sei appassionata anche di Sound Therapy..
Come ti dicevo, creando Silent Frequencies ho voluto separare i due mondi. Ultimamente mi sono interessata alla Sound Therapy ed agli studi scientifici sugli strumenti vibro-acustici e su come alcune frequenze possono interagire con gli stati di coscienza.

In passato sei stata protagonista di collaborazioni importanti come quelle con Tricky e Niccolò Fabi. Ce ne sono altre in vista?
A breve parteciperò al Mutek con un artista giapponese di nome Kazuya Nagaya. È un festival di sperimentazione audio-video che promuove artisti all’avanguardia e sono fiera di farne parte. Kazuya un caro amico e porta avanti una ricerca molto interessante. Pensa che suona con duecento campane tibetane. Attualmente sto remixando un suo album e lui sta remixando ‘Children Of The Universe’. Da Barcelona torneremo in studio da me e porteremo avanti un progetto assieme.

Come è nata la passione x colonne sonore?
Sono da sempre una grande amante del cinema e intendo la musica come strumento evocativo e visuale. Molti brani scritti con Tricky sono finiti in colonne sonore e serie televisive. A quel tempo vivevo a Los Angeles e ho conosciuto diversi music supervisor ovvero persone che propongono le musiche a montatori e registi. Alcuni si sono appassionati alla mia arte e mi hanno chiesto dei brani. A quel punto sono entrata nel giro ed è iniziato un percorso che continua pure adesso. È un lavoro faticoso perché ci sono tante revisioni e non sei l’unica persona che decide. Devi sempre rifarti a tempi tecnici e idee di altri però allo stesso tempo ho modo di dedicarmi a progetti legati a temi sociali e questioni umanitarie. Cerco di diffondere un messaggio di amore e di pace, che non è qualcosa di scontato. Nel mio piccolo, soprattutto da quando sono mamma, cerco di migliorare me stessa e le persone che mi stanno attorno.

Sei una delle poche artiste italiane che è riuscita ad imporsi all’estero. Hai conosciuto o apprezzi qualche artista italiano che possa fare altrettanto?
Sono tanti gli artisti italiani poco conosciuti nel nostro paese ma famosi all’estero. Mi viene in mente Alessandro Cortini dei Nine Inch Nails che mi piace da morire. Stimo moltissimo il suo lavoro sia con la band che come solista. Caterina Barbieri è molto riconosciuta nel suo campo e pure Drum & Lace ovvero Sofia Hultquist è un’artista fiorentina che ha trovato un percorso florido nella musica elettronica e da film e vive a Los Angeles da tanti anni.

Costanza Francavilla
From Italia

Discography
Sonic Diary - 2008