Interview - Mohabitat : Italia

Mohabitat è un nome che fa pensare ad un’architettura sonora. Come avete scelto di chiamarvi così ... Mohabitat è un nome che fa pensare ad un’architettura sonora. Come avete scelto di chiamarvi così?(Serena) All’inizio av ... thumbnail 1 summary

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Mohabitat - Italia

Pubblicato il 15/06/2019 da lorenzobecciani

Mohabitat è un nome che fa pensare ad un’architettura sonora. Come avete scelto di chiamarvi così?
(Serena) All’inizio avevamo due progetti diversi ovvero Monoki e Hamaranta, poi è emersa l’esigenza di identificarci con un nome solo perché le persone facevano fatica a distinguerci. Tante cose che abbiamo fatto erano già nate in precedenza. Ho la netta sensazione che fosse già tutto scritto.
(Francesco) Non a caso all’inizio ci chiamavamo Mo.Ha.Bitat poi abbiamo tolto i punti per facilitare la ricerca in rete. L’immagine di copertina riassume più di un anno di lavoro. Ho chiesto a lei di usarla perché bellissima.
(Serena) L’avevo utilizzata su Facebook per un post, legato al cambiamento. La parte musicale era pronta fin da Luglio ma cercavamo un’immagine che potesse riassumere il concept in maniera forte, visto che usiamo visual dal vivo. Poi ci siamo resi conto di averla già. L’immagine è stata scattata presso delle cave a Carrara che possiedono un fascino particolare. Pensa che quando abbiamo registrato i video e li abbiamo riascoltati in studio c’erano dei rumori ambientali che non avevamo percepito.

Com’è nato il progetto?
(Francesco) Io vengo dal rock, ho suonato la chitarra e cantato con diversi gruppi e collaborato con Paolo Benvegnù. Oltre ad avere un bel locale con tre videoproiettori, Serena organizzava delle cene multisensoriali e mi ha invitato a sonorizzarle. Una sera ha proposto delle visual e mi ha chiesto di sonorizzarle. Questo mi ha molto ispirato. Prima abbiamo collaborato per ‘Fairytales 4teens’ di Monoki e poi abbiamo costruito questo progetto.
 
Uno dei pregi di ‘Crisalide’ è che siete stati bravi a creare una certa di narrazione...
(Francesco) Tutto quello che scrivo, lei deve visualizzarlo. Se ascolta qualcosa che le ho proposto e non ci trova niente lo eliminiamo, nonostante Mohabitat sia nato al contrario. Un anno fa abbiamo deciso di non lavorare più nei club perché tale dimensione ci stava stretta. Personalmente non mi sentivo più a mio agio, anche perché dal vivo suono i synth e lì non potevo portarli. Anche in fase di registrazione uso il computer solo per acquisire.
(Serena) Prima il progetto è nato come sperimentazione, poi abbiamo avuto la possibilità di entrare nel clubbing ed è stata una grande scuola. Dopo aver tenuto le due dimensioni parallele ci siamo sentiti inariditi e abbiamo compiuto una scelta naturale.

Quali sono i luoghi dove vi piace più esibirvi?
(Serena) Quelli più inusuali dove possiamo creare. Gallerie d’arte, teatri, contenitori multimediali come Le Palace di Prato. Non vogliamo mai regalare aspettative. Non seguiamo scalette di alcun tipo.
(Francesco) Ci piace sverginare i luoghi. Il nostro live è quanto di più effimero possa esserci. Viviamo di suggestioni e sappiamo che non puoi mai restituire la stessa dimensione dello studio album. Quando siamo in un contesto di un certo tipo e ci rendiamo conto che qualcosa fa forza sul pubblico allora insistiamo su tale aspetto.
 
Con le vostre visual preferite sorprendere o rimanere sul minimale?
(Francesco) L’elemento umano è fondamentale e ci ha sempre caratterizzato. Notoriamente la parte visual è sempre geometrica e strutturale. Noi invece non ce ne curiamo e comunichiamo qualcosa indipendentemente dal formato. Io lavoro molto in maniera stratificata quindi è facile che mi perda. I tempi imposti da Serena sono determinanti per il live. Su questo lavoro ogni traccia è una sorta di piccolo concept e cerchiamo di tradurlo nel modo più poetico possibile, secondo i nostri criteri estetici. Ciò riguarda anche le persone con cui abbiamo collaborato come Clementina Falco (insegnante di danza classica e performer di danza moderna al The Loom di Prato), Emanuele Riccobono (che ha effettuato le riprese col drone sulle cave) e Eva (una ragazza esperta di danza bioquantica col quale abbiamo improvvisato trovandoci benissimo).  
(Serena) Lavoro soprattutto con Resolume Arena, Final Cut e qualche controller per rendere il tutto più spontaneo possibile.

Qual è la traccia chiave di ‘Crisalide’?
(Francesco) ‘Le Ninfe’ è la traccia da cui è partito tutto. Poi è arrivata ‘Ineluttabile’. Ho preso un Roland Juno 60 e sperimentato molto per realizzarla. ‘Mosaico’ è nata dalla serata con i ragazzi di Time Plus che hanno inventato una nuova idea di club.
 
Puntate all’estero o all’Italia?
(Francesco) Nutriamo la consapevolezza di essere noi stessi in qualsiasi ambiente ci troviamo. Amiamo molto Berlino dove abbiamo suonato quattro volte nello stesso posto proponendo un set sempre differente. Il posto si chiama Madame Claude ed è un locale a Kreuzberg con i tavolini che pendono dal soffitto. Ci siamo autoprodotti per mostrarci come siamo e non ci poniamo limiti in tal senso. Adesso vogliamo goderci questo disco e stiamo pensando di farlo remixare ad altri artisti per vedere cosa può saltare fuori.

Quali sono le vostre influenze più grandi?
(Serena) Lei è fissata con i Depeche Mode mentre io amo Nils Frahm, Ólafur Arnalds, Sigur Rós, le prime cose di Apparat e Nine Inch Nails.
 

Mohabitat
From: Italia
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Discografia

Crisalide - 2019