Interview - Phomea : Italia

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PhomeaItalia

Phomea - Italia

Pubblicato il 13/04/2019 da lorenzobecciani

Prima di tutto vorrei che ci spiegassi come è nato il verso “Il corpo si abitua a tutto ma la mente...”
Per un periodo ho sofferto di attacchi di panico, nati fondamentalmente dalla situazione di mia madre, quello è stato il primo spunto per questo pezzo. Quel verso specifico nasce da questa sensazione, che avevo in quel momento, che il corpo si evolve nel tempo e si adatta alle situazioni, “malamente”, ma lo fa. “Ma la mente” è diversa, mantiene una memoria più profonda, nel bene e nel male, che può riaffiorare in ogni momento. Tutto qui. Sono partito da quelle parole perché, dopo la magnifica introduzione di ‘Annie’, ‘Solo Aria’ è un pezzo che racchiude un po' tutte le componenti sonore dell’album ovvero un approccio personale al folk più cantautoriale, divagazioni noise, dissonanze improvvise e un cantato che da linee armoniche piuttosto standard improvvisamente deraglia e mostra un lato di follia.

Come sei riuscito a bilanciare tutti questi elementi? Il tuo songwriting è prevalentemente istintivo oppure archivi di volta in volta le tue idee e magari le unisci in seguito…
Ho tantissime idee scritte su mille moleskine, fogli a caso, note su cellulare e vari servizi cloud, sia di testi che di musiche. Mi capita spesso di appuntarmi qualcosa che mi balza in mente, mi capitava soprattutto qualche anno fa, quando abitavo in montagna a mezz'ora di macchina da Pistoia, su per i boschi. Spesso, durante il tragitto, ero costretto a fermarmi per appuntare una frase o un'immagine, magari su un fogliaccio lasciato poi in macchina! Devo dire però che quasi tutti i pezzi realmente finiti vengono fuori di botto, istintivamente, musica e testo insieme. Certo, mi capita di andare a ripescare via via negli archivi, ma in realtà questi servono più che altro per fissare le idee e lasciare che poi tornino naturalmente in seguito, magari maturate e adattate al contesto di quel momento. Quindi si, ci sono delle cose, ma semplicemente ogni tanto ci capito sopra e dico “ah bada ganzo questo” Ehi, mi ero scordato la prima domanda! Beh non so se sono riuscito a bilanciare alla perfezione tutto ma credo sia stato abbastanza naturale. Alla fine, il disco non è fatto con una direzione ben precisa, non volevo sfondare le classifiche pop, farmi bello davanti agli amici “strani”, fare il disfattone o interpretare qualsivoglia clichè ti possa venire in mente ma semplicemente suonarlo, e farlo come voglio e riesco a fare, molto semplicemente…credo che questa mancanza della ricerca forzata di un genere abbia portato ad un disco molto variopinto ma comunque coerente con sé stesso e il mio modo di interpretare la musica. Certo è che non identificarsi in un contesto ben preciso mette pericolosamente a rischio la propria salute mentale...ma anche doverlo fare per forza potrebbe farti impazzire! Una cosa sola ho cercato disperatamente fin dall'inizio ovvero evitare il piattume. Non si parla di dover “stupire” per for forza, ma l'ultima cosa che volevo era far uscire un disco piatto, senza dinamiche, “mononota” (per quanto possa apprezzarlo quando si tratta di un singolo pezzo), avevo il bisogno che ci fossero degli strappi ogni tanto, voleva uscire così.

Come è nato il progetto Phomea? Hai avuto altre esperienze in passato?
Allora, Phomea in realtà esiste più o meno da quando ho iniziato a suonare. Avevo 15 anni circa (ma non ho memoria, lo sappiamo ormai, quindi prendi questa affermazione con le pinze) e suonavo la batteria in un gruppetto di amici, facevamo cover degli Oasis. Placebo, Verdena e qualche pezzo nostro. Dopo le prove ( all'ormai fu “centro di quartiere”), ci ritrovammo sotto casa di uno dei ragazzi a “sragionare” del più e del meno con una nostra amica.  L'argomento principe era il cambio di nome del gruppo. Ad un certo punto la nostra amica, che da qui in poi chiameremo F, disse : “ehi, potreste chiamarvi phomea!”  e noi : “si ma cosa vuol dire?!” F : “dai, come cosa vuol dire? Phomea, quando tutti ti conoscono in giro per essere in un certo modo, per fare determinate cose, che poi magari non è vero eh” noi : “eh?!” F :  “via giù….tipo...tizio ha la phomea di essere...”. Chiaramente intendeva nomea, ma non gliela facemmo pesare più di tanto. Il gruppo continuò a chiamarsi come prima ma phomea diventò il nome dei miei svarioni in solitaria. Per quanto riguarda le esperienze passate, personalmente ho vagato per vari progetti, tra i quali il più importante sicuramente i S.U.S.. Phomea fino al 2006 è rimasto quasi esclusivamente “musica da camera (da letto) “,  producendo ben cinque LP autoprodotti low-fi che in pochi, veramente pochi, hanno ascoltato (e meno male!). Una sola persona (nemmeno io) ha ancora una copia di tutto, the master of phomea! Poi ho cominciato a presentarmi live, facendo nel corso degli anni diverse serate, avendo anche la fortuna di aprire, in piccoli contesti, a progetti importanti come Beach House, Arboretum, Marco Parente. La prima pubblicazione “ufficiale” di phomea risale comunque al 2012, un EP autoprodotto che si chiamava “La stessa condizione”. Quella fu una breve, ma intensa e bellissima, esperienza con 2 amici.  Era una formazione un po' sghemba, io suonavo timpano, rullante, piano e voce, poi c'era Raffaele alla chitarra e Matteo che suonava basso e cassa insieme.

Quali sono le tue influenze principali o comunque le band o gli artisti che hanno condizionato in qualche modo il tuo songwriting e il tuo cantato?
Ad un certo punto del lavoro definivo questo come un album metal, mi piaceva scherzare su questo fatto, non volevo definirlo indie o rock alternativo, preferisco l'atteggiamento e l'approccio dei cosiddetti “metallari”! Ma non è un album metal, e io non ascolto metal, o meglio, l'ho ascoltato in passato. Credo però che alla fine abbia contribuito anche quello! Sono partito da lontano, quindi arrivo al dunque…  Non ho avuto dei riferimenti di genere assolutamente precisi, è venuto tutto seguendo il pezzo e la sensazione che doveva trasmettere ma sicuramente ascoltando l'album mi accorgo che le influenze principali si sentono abbastanza. Dico solo che sono molto affezionato agli artisti presenti in questa lista: Damien Rice, U2, Eels, Pavement, Sonic Youth, Gaber, De Andrè, Battisti, Afterhours, Radiohead, Marco Parente, Paolo Benvegnù, CSI/CCCP.

‘Annie’ esce in uno splendido libretto curato in maniera maniacale dal punto di vista grafico. Come hai scelto il formato? Chi si è occupato dei disegni e della parte grafica?
Dei disegni e della parte grafica mi sono occupato io. La scelta di fare “tutto in casa” è voluta, vista la dedica speciale del disco. Fin da subito ho pensato ad un libretto illustrato da me per questo disco, mi piaceva il formato verticale che avevamo usato anche in “Tristi Tropici” con i S.U.S. (il mio vecchio gruppo, i disegni in quel progetto erano di Akab). Ad un certo punto del progetto ho pensato anche di coinvolgere diversi artisti e fumettisti per le illustrazioni, ma poi ho realizzato che, vista la dedica del disco a mia madre, dovevo essere io, nel bene e nel male, a terminare l'opera curando anche il progetto grafico.

Vorrei che ci spiegassi il significato di ognuno dei disegni del libretto (sia quello in copertina sia quelli interni). Ci sono dei legami con i testi delle canzoni?
Si, i disegni sono perlopiù realizzati ascoltando il pezzo associato. Sono sicuramente la rappresentazione in formato illustrazione del pezzo stesso, o almeno quello che è venuto fuori ascoltandolo. Non ti voglio dare delle spiegazioni precise sulle illustrazioni, credo sia meglio lasciare a chi le vede la propria personale interpretazione.  Il disegno di copertina è abbastanza strano, potrebbe essere interpretato in vari modi, credo dipenda molto anche dal tuo stato d'animo quando lo guardi. La spiegazione più banale e immediata della copertina è questa: un gesto attivo visto in prima persona per augurare buon viaggio verso una meta troppo lontana (casco simil astronauta?) con semplicità e serenità (il mezzo sorriso), il casco vuol dire affetto, protezione.
 
Ti poni uno scopo particolare con le liriche dell’album?
Lo scopo di chiunque faccia musica, credo/spero/so che non è vero , cambiare il mondo! Anche se di una sola persona, per un solo secondo. La verità è che difficilmente riesco ad esprimere bene un concetto a parole, molto spesso vengo frainteso, mi nascondo spesso dietro a cavolate e sono in genere  molto chiuso su determinati argomenti. La musica è stata da sempre una valvola di sfogo per comunicare con il mio linguaggio.

A chi pensavi quando hai scritto ‘Carnefice’?
Alla mia ragazza, a me, a come ognuno sia in fondo la vittima e il suo   stesso carnefice e come in realtà la situazione possa sbloccarsi con un semplice gesto. C'è un altro pezzo su questo argomento che probabilmente vedrà la luce in un prossimo EP.

Invece ‘Santa Maria Elettrica’ a cosa è ispirata?
'Santa Maria Elettrica' in realtà è un pezzo vecchissimo, ho deciso di inserirlo nell'album perché piaceva molto anche a mia madre. Il pezzo è un omaggio a Massimo Zamboni e cita l'omonino pezzo dentro il suo album “Sorella sconfitta”. Rimasi folgorato da quell'album e 'Santa Maria Elettrica' creò immediatamente questa immagine di desolazione che si può poi provare nel pezzo, venne fuori tutto insieme, voce e basso.

Dove hai registrato? Che tipologia di strumentazione hai utilizzato in studio?
Questa è divertente. I pezzi nel disco sono nati inizialmente come provini registrati in una sala prove a Pistoia. Via via nell'arco di due mesi i provini sono stati rifiniti e ri-registrati, sempre nella stessa sala prove, per poi diventare i pezzi definitivi.

Il processo era questo :
1. parti da casa con chitarra acustica e computer in spalla, in una mano una borsa della Conad contenente cavi, alimentazioni, una scheda audio 4 canali e vari effetti, nell'altra la chitarra elettrica
2. arriva in saletta, monta pc e scheda audio, prendi quattro microfoni shure sm58 e microfona la batteria.
3. registra linea base con chitarra acustica
4. prova a trova le parti di batteria, basso e altri strumenti
5. registra la voce
6. smonta i microfoni dalla batteria, pc e scheda audio e rimetti tutto a posto
7. esci fuori, sudato fradicio e torna a casa
8. ripeti fino a cottura completata

Per fortuna dopo un po' sono arrivato ad un accordo con il gestore della sala prove ed ho potuto lasciare qualche strumento lì! Comunque, il problema vero era che i pezzi nascevano fondamentalmente da una chitarra acustica e basta. C'era già un'idea abbastanza concreta di come dovevano venire i pezzi, rifacendosi molto anche a come li portavo live in quel momento, però chiaramente c'era da studiare tutte le parti strumentali.

Dal vivo utilizzerai la medesima strumentazione? Ci saranno altri musicisti sul palco?
Al momento mi muovo in formazione singola in semi-acustico, con chitarra acustica, loop station, effetti e timpano, quindi mi risulta sicuramente difficile utilizzare tutta la strumentazione! Devo dire, tra l'altro, che la chitarrina con cui ho registrato l'album mi ha abbandonato quindi ho una nuova fiammante compagna adesso. In futuro non escludo, anzi mi piacerebbe tantissimo, potermi muovere in full band, anche per rendere più fedelmente quello che è il disco, vedremo se si presenteranno le occasioni…



Phomea
From: Italia
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Discografia

Annie - 2019